30 teams in 30 days: Detroit, Indiana e Miami possibili outsider?




detroit indiana miami Shaun Powell di NBA.com sta curando un’interessante rubrica, dal titolo “30 teams in 30 days” (30 squadre in 30 giorni), dove vengono analizzati mercato, roster, condizione e ambizioni delle franchigie NBA. Un team per ogni giorno del mese: Powell ha cominciato lo scorso 1 settembre con la squadra che ha realizzato il peggior record nella regular season 2015-16, ovvero i Philadelphia 76ers, per poi proseguire ‘in crescendo’. Il 30 settembre, infatti, non troverete i Cleveland Cavaliers (per i Cavs appuntamento al 28 settembre, ndr), ma i Golden State Warriors, che hanno totalizzato il miglior record nella regular season. Anche se poi la finalissima playoff è andata come sappiamo tutti…

Nei giorni 19, 20 e 21 Settembre è stata la volta di Detroit, Indiana e Miami.

DETROIT PISTONS 

Da quando è arrivato coach Van Gundy, i Pistons sono tornati ad essere una squadra di basket, anche piacevole da vedere. Anche perchè l’ex trainer dei Magic ha voluto “pieni poteri” per costruire un roster a sua immagine e somiglianza. L’anno scorso Detroit è riuscita finalmente a rientrare nei playoff dopo sette anni di magra, e per questa stagione è lecito attendersi un miglioramento ulteriore. Il potenziale è promettente. Sul confermatissimo Andre Drummond, 22 anni, non serve nemmeno soffermarsi: oltre all’All-Star, i Pistons sono riusciti a rinforzarsi adeguatamente con l’arrivo di Marjanovic (su cui si concentrano le maggiori curiosità) e Leuer, oltre alla scelta di Ellenson nel Draft, 19enne dall’ottimo istinto offensivo.

INDIANA PACERS 

Paul George fa un’intera stagione e i Pacers centrano i playoff: di certo non è un caso. Ma quest’estate Larry Bird ha deciso di cambiare, mandando via coach Vogel e promuovendo “head coach” Nate McMillan. Motivo? Secondo il DG il team era diventato troppo lento e prevedibile, e necessitava di un gioco più fluido. Una sostituzione che ha comportato qualche polemica, subito smorzata dagli ingaggi di Teague, Young e del 31enne Al Jefferson, un centro che ha alle spalle già 12 anni di carriera in NBA. E poi c’è Jeremy Evans, che ai Mavericks non riusciva proprio a trovare spazio. McMillan, che gode della totale fiducia di Larry Bird, è il sarto chiamato a cucire il tessuto e a trasformarlo in un abito da sera.

MIAMI HEAT 

In pochi si aspettavano che Dwyane Wade potesse davvero lasciare Miami, anche se il fatto che non fosse il giocatore più pagato – non senza polemiche – qualche sospetto doveva pur sollevarlo. Sta di fatto che ora gli Heat devono guardare avanti. Anche perchè c’è ancora un giocatore come Whiteside, che ha riscosso il più grande aumento di stipendio dai tempi di Michael Jordan. Ha 27 anni, e l’anno scorso ha concluso con una media di 14,2 punti, 11,8 rimbalzi e 3,7 stoppate a partita: quanto basta per credere che sia lui il “crack” (gergo calcistico, ndr) degli Heat per il 2016-2017. Chiaramente, Whiteside non può farcela da solo: gli ingaggi di Waiters e Williams sono meglio di quanto si possa credere. Ma soprattutto, Miami può godersi finalmente Chris Bosh, che ha confermato di aver superato i problemi fisici e di essere pronto a tornare. Per vincere.

Puntate precedenti: 1, 2, 3, 4, 5, 6 

 




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